Il nostro negozio, con l’avvento del carnevale, si è arricchito di un suo dolce tipico, la ”Pignolata”. In questo periodo esso fa bella mostra di se nelle vetrine delle pasticcerie calabresi. Questo dolce viene offerto ai bambini mascherati che bussano alle porte delle case durante le sfilate.
Il carnevale, la festa più sbarazzina e spensierata dell’anno, è un’antica festa di origine pagana, celebrata per allontanare gli spiriti malefici. Infatti la stessa usanza di bruciare un fantoccio l’ultimo martedì carnascialesco richiama i sacrifici purificatori degli antichi riti agrari.
Tutta la collettività scendeva in piazza tra balli, follie, sbornie, abbuffate ed orge che, per non farsi riconoscere, mascheravano la loro identità. Con l’avvento del Cristianesimo, vennero bandite le feste pagane, mentre altre furono mitigate o sostituite dall’attuale carnevale.
Durante il carnevale, da carnen e laxare =lasciare la carne” o “scialare carne”, si faceva largo uso di carne, era ed è infatti l’ingrediente base della cucina più consumato. Infatti in Calabria, questa festa, culmina con il rito del “sacrificio del maiale”, per poi passare alla Quaresima, periodo tradizionalmente di digiuno, astinenza, purificazione.
In Calabria, durante il carnevale, vige l’usanza di festeggiamenti brevi ed intensi. Apre le feste il “giovedì grasso”, detto giorno dell’”ardaloru”, riferito alla cucina, in quanto si preparano le polpette ed i ”Maccarruni” conditi con ragù di carne di maiale, per proseguire la domenica ed il martedì. Come da tradizione, il giovedì grasso bisogna a tutti i costi cucinare carne di maiale, un proverbio recita: ”iornu il’ardaloru, cu nan avi a carni s’impigna u figlolu” (giorno del giovedì grasso chi non ha la carne di maiale, deve fare di tutto per averla, a costo di barattare qualche cosa di molto prezioso).
Un tempo presso i contadini calabresi la festa consisteva nel bandire sontuosi banchetti rigorosamente a base di carne di maiale, a cui abbinavano un corposo vino rosso. . Chiudevano l’abbuffata due dolci: Il “sanguinacciu” e la ”Pignolata”. Il sanguinaccio veniva preparato col il sangue del maiale, una crema dolce, preparato con vin cotto , latte, uva sultanina, noci, mandorle, polvere di cacao e cotta a bagnomaria. ”La pignolata”, preparata con una parte bianca al limone e una scura al cacao, è il dolce che simboleggia il carnevale in un duo amaro-dolce, bianco-nero, caldo-freddo.
L’avvento della produzione industriale ha indotto l’uomo a quegli agi e quelle comodità della vita moderna che hanno fatto dimenticare quasi ogni traccia del suo passato e delle sue tradizioni. Così anche per le maschere tradizionali. Forse il carnevale potrebbe essere l’occasione per riscoprire tradizioni e maschere della propria regione.
In Calabria il personaggio tipico della commedia dell’arte è Gianni-gola-piena, oppure Gianni-ingordo detto “Giangurgolo”, una maschera vestita da capitano spagnolo con molti elementi tipici dell’abbigliamento calabrese, e dal nome che derivava da una smisurata ingordigia che si manifestava soprattutto di fronte ai famosi”Maccarruni di casa”, dovrebbe trovare maggiore spazio, non solo nelle manifestazioni del Carnevale locale, ma anche fra le più note maschere nazionali.
Maschere calabresi minori
Jugale
Personaggio tipico della commedia dell’arte calabrese del XVII-XVIII secolo.
Dopo la scomparsa di Giangurgolo, la maschera caratteristica della regione che per secoli si era affiancata sulle piazze di tutta Italia a quelle ancora oggi celebri di Gianduia, Pulcinella, Balanzone ed Arlecchino, si impose per la Calabria il racconto delle balordaggini sottilmente sapienti di un nuovo personaggio detto Jugale, messo più tardi in versi da Antonio Chiappetta.
Di Jugale il poeta cosentino Michele De Marco scriveva: ”Un tipo eccentrico, in apparenza quasi idiota, ma in definitiva ammantato di una certa sua genialità semplice, che fa perdonare e rende simpatiche le stramberie eterogenee”.
La maschera impersona una figura di origini mediorientale, famosa in quasi tutti i paesi sulla costa del Mediterraneo.
Le cosiddette « farse » erano il patrimonio di ogni paese, frutto della vena del poeta del luogo: celebri furono, nel secolo scorso, quelle di Celico Luzzi, Aprigliano e Rogliano, le quali nel carnevale che si festeggiava a Cosenza si contendevano il primato e il premio.
Pacchesicche
Personaggio tipico della commedia dell’arte calabrese del XVIII-XIX secolo.
Pacchesicche talvolta viene accostato al Coviello calabrese, con la differenza che questi non è uomo d’arme.
Può essere Pacchesicche studente o abate a Napoli, che non è così ricco da ricevere da casa cacicavalli, salumi e sostentamenti vari e deve accontentarsi di frutta secca.
In un celebre mimo dialogato a quattro personaggi, la Canzone di Zeza, dove quest’ultima (Lucrezia) è la moglie di Pulcinella ormai vecchio e Tolla è la loro figliuola civetta, Pacchesicche è lo studente calabrese che fa la parte dell’innamorato.
Coviello
Personaggio tipico della commedia dell’arte calabrese del XVIII-XIX secolo.
Coviello, altra maschera meridionale che spesso viene accostata a Giangurgolo, è un personaggio che a volte può vestire panni calabresi, ma più spesso è siciliano o napoletano.